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Collezioni ibrideUna breve nota nell’ultimo numero della Newsletter della Schlesinger Library (Radcliffe Institute at Harvard University), a firma di Marilyn Dunn e dal titolo Update: Digital Forensics, ha rinverdito passati interessi e stimolato ulteriori riflessioni.

Copiare per tramandare
Nell’articolo l’autrice ci informa che ormai gli archivi e le bibliioteche sono ricchissime di documenti nei più vari formati: dalla carta velina, alle foto in bianco e nero, fino alle più diverse forme di memoria digitale (schede, sticks, HD, DVD …). Si tratta delle cosiddette raccolte ibride che pongono vecchi problemi da nuovi punti di vista.
Di fronte a queste collezioni, un timore inquietante serpeggia tra gli esperti della conservazione. Essi si sono accorti che l’ovvia sicurezza del passato secondo la quale una volta conservato il supporto – il contenitore: libro, disco o altro – si conservasse di conseguenza anche il contenuto, sta esaurendo notevolmente la sua forza e quasi sta svanendo. Il timore riguarda non solo i documenti antichi, di cui si procede alla costante e massiccia digitalizzazione, ma anche quelli più recenti e recentissimi. Gli specialisti si chiedono allora se sia il caso di mantenere (soltanto) il documento nella forma in cui è pervenuto originariamente nella collezione, oppure sia meglio procedere alla sistematica estrazione del contenuto e alla sua copia e ricopia in nuovi formati.

Electronic content degrades more quickly than paper, and it is common for materials to arrive in obsolete media—making it impossible to even look at the content.

A volte, voler estrarre il contenuto da questi documenti è persino azzardato, poiché facilmente si rischia di rompere irrimediabilmente il contenitore e perdere per sempre le informazioni in esso custodite.
Per questo gli esperti stanno studiando i metodi opportuni per intervenire e perseguire un’azione di trasferimento continuo da un supporto a un altro, per garantire al futuro la documentazione del nostro presente.
Forse le biblioteche e gli archivi di domani assomiglieranno sempre di più a degli scriptoria digitali il cui compito principale sarà – oltre a raccogliere, conservare, catalogare e distribuire – copiare, copiare e ancora copiare in nuove forme di scrittura, per evitare che quelle obsolete occultino per sempre i contenuti. L’analogia con i copisti medievali e rinascimentali mi pare non solo affascinante, ma anche foriera di ulteriori discussioni.

Filologia o digital forensics?
L’autrice ci informa dunque che sta emergendo una nuova pratica di conservazione la quale, per garantire l’integrità della relazione tra il documento originale e la propria copia, ha chiamato in soccorso quella che in italiano viene denominata informatica forense (digital forensics) che si occupa del cosiddetto cybercrime. Avere a che fare con flussi di dati, somme di controllo, rappresentazioni esadecimali per copiare un documento ha spinto i bibliotecari e gli archivisti a rivolgersi agli esperti epicamente narrati nella crime fiction.
Credo invece che la questione non sia del tutto tecnologica e che non basti l’informatica forense per affrontarla adeguatamente. Come sappiamo bene, ogni copia non è neutra e porta con sé una serie di scelte che cambiano inevitabilmente – e anche radicalmente – il contenuto, anche solo perché questo viene staccato dal proprio contenitore originario. Mantenere integro il legame della copia con il supporto e il testo originale è preoccupazione non esclusivamente tecnologica, ma propriamente filologica. Da secoli la filologia ha acquisito metodologie raffinate per garantire l’integrità del contenuto rispetto alla varietà dei contenitori successivi, adottando strategie sottili di ricostruzione di quella catena che la nostra autrice chiama, adottando un termine da telefilm seriale criminologico, chain of evidence.
E ancora mi chiedo che cosa ne sarà dei supporti originari privati del loro contenuto, ormai consultabile in altra forma – che è come dire, che cosa avverrà dei manoscritti che ora si possono consultare comodamente nella loro riproduzione digitale. Come anfore antiche prive ormai di cibi e unguenti, quegli involucri vuoti diverranno reperti archeologici del documento.